“L’ultimo amore” di Italo Cucci

L’ultimo amore
A cura di Italo Cucci

Italo_Cucci
Ho perduto mio padre ch’ero ancora ragazzo. Muovevo i primi passi nel giornalismo addirittura di nascosto, attento a non fargli cadere davanti agli occhi i primi articoli che invece avrei voluto mostrargli con orgoglio perché ormai avevo capito che quello sarebbe stato il mio mestiere. Lui avrebbe cercato di impedirmelo, non amava i giornalisti, senza malanimo tuttavia: li considerava poco più che poeti, spiantati, senza un futuro sano e borghese. Al “Carlino” fui destinato alla cronaca nera e bianca, alla politica, allo spettacolo. Finché, assunto a “Stadio”, nel 1964 fui avviato a scrivere del Bologna football Club quando fu coinvolto nel “Caso Doping”, per la mia precedente attività di cronista giudiziario. Conobbi allora Fulvio Bernardini e ne restai affascinato. Al punto che anni dopo, forzando il comune pudore, gli confessai che per me giovane giornalista era stato come un padre, il padre che avevo perduto. Fece spallucce, suo gesto abituale, ma vidi i suoi occhi lucidi e il suo sorriso più affettuoso che mai. Fu così che ci battemmo insieme – lui maestro di Tecnica e Tattica, io cronista d’assalto con mire patriottarde – per costruire la Nazionale che nel Settantasei, mentre eravamo negli Stati Uniti per il torneo del Bicentenario, passò dal Dottore a Enzo Bearzot. La Nazionale che sarebbe diventata Campione del Mondo nel 1982 anche per merito – ignorato da critici ostili – di Fulvio Bernardini.

A dispetto di una amicizia antica, vera, serena, di quelle che non pretendono nulla – dare e avere fra amici non contano – il bel rapporto che avevo con Fulvio Bernardini all’improvviso s’era interrotto. L’ultima occasione di parlarci non era stata felice: una sua telefonata molto breve, quasi imbarazzata, per partecipare a un mio dolore. Amava troppo la vita, Fulvio, per affrontare temi che non la riguardassero; e gli piaceva anche tanto costruire – non improvvisare, come crede taluno – sicché quando si accorse di aver dato tutto, fra lui e il suo mondo cadde il silenzio.

Da mesi aspettavo cattive notizie; la sua salute cui tanto teneva, il fisico che curava con una punta di narcisismo, la parola difficile eppur chiara, aperta, comprensibile: tutto stava andandosene e mi pareva doveroso non cercare di sapere di più, per restare fermo alle ultime memorie, alle ultime immagini di un uomo che avevo amato e rispettato come un maestro ricevendone in cambio simpatia e un ripetuto rimprovero: «Peccato – mi diceva – che tu non creda alla lealtà totale del nostro calcio; spesso hai ragione, ma sapessi quanto dona allo spirito esser convinti che tutt’intorno ci sia soltanto buona gente». Sapeva anche che non era vero, e conosceva bene chi non lo amava: ma se appena facevi un nome, lui alzava la mano e ne allontanava l’immagine, come fosse soltanto una mosca fastidiosa. Se poi doveva proprio sbatterci contro, alla cattiveria, allora gli veniva anche da piangere.

Lo ricordo così, con le lacrime agli occhi (come bene lo ha ricordato il suo grande amico Alberto Marchesi, tanto amico da comprenderne anche i silenzi) una mattina a Bogliasco, vicino alla sua dolce Ines (parlava tenendole la mano), quando fu chiaro che la sua breve parentesi azzurra era destinata a chiudersi. Un pianto virile, solo gli occhi glaciali e trasparenti umidi di lacrime, come fosse uno sfogo di nostalgia e non un impatto con il dolore del momento. «Ora possono dirmi e farmi di tutto – confessava senza pudore – ma la Nazionale l’ho avuta, ci ho lavorato con entusiasmo, era lo scopo della mia vita, ho lanciato tanti giovani in gamba che mi vogliono bene. Quando decideranno di togliermela, gliela restituirò senza far storie. Fastidi non gliene ho dati e non gliene darò». Naturalmente qui sbagliava: era infatti convinto che, comportandosi da gentiluomo, avendo in grande rispetto l’onestà e la correttezza, non avrebbe mai dato fastidio. Era esattamente il contrario. Ma se glielo dicevo, ricominciava il ritornello: «Peccato che tu non creda alla lealtà…».

La Nazionale di Bernardini nacque per caso, anche se oggi tutti ne parlano come di una scelta programmata, decisa da chissà quali vertici. Dopo l’amara estate di Stoccarda (Mondiali del ’74, la Polonia ci aveva rimandato a casa e Valcareggi stava per essere cacciato) chiesi a Fulvio, che già da lungo tempo lavorava al mio giornale d’allora, il Resto del Carlino (l’avevamo prestato anche alla Gazzetta di Zanetti per il commento al campionato) di fare un pezzo sul tema: come ricostruire la Nazionale dopo il crollo mondiale. Prima si era schermito: «Lasciamo perdere, c’è chi provvede…»; poi, quand’era caduta la candidatura di Italo Allodi (per volontà del medesimo) e non si vedeva una soluzione attendibile, tornai alla carica: «Il pezzo te lo faccio – mi disse – ma non basta: voglio di più, voglio dire cose, proporre soluzioni, fare un programma di rinnovamento eppoi portarmelo avanti io, non regalarlo alla Federazione».

Detto così, potrebbe parere un mercanteggiamento, una pretesa non adeguata allo stile di Fulvio. E invece era semplicemente la richiesta di un innamorato che alla panchina della Nazionale c’era arrivato vicinissimo più d’una volta, e non ci s’era mai seduto perché tanti, nel “Palazzo”, non lo volevano. I sinceri dicevano ch’era “scomodo”. I buffoni sottolineavano ch’era “rincoglionito”.
Gli uni e gli altri non avevano mai posseduto tutta la sua generosità, la sua intelligenza, la sua classe, la sua conoscenza calcistica, la sua capacità di trattare del gioco del pallone non in forme meschine, banali, ma con cultura e – soprattutto – con straordinaria umanità. Credo che nacque con lui – molto prima, naturalmente – il calcio dal volto umano: scaricato di tensioni campanilistiche, di certa ignoranza tipica dei tanti che pensavano coi piedi piuttosto che con la testa, di umori maligni. Eppure era giornalista, e bravo anche. Ma romantico: ecco la sua colpa.

Fu Franchi che trovò una risposta acconcia alle sue richieste; quando ne parlai all’indimenticabile “granduca di Toscana”, (una telefonata brevissima al suo ufficio di Badia a Settimo) rispose subito: «Ci ho già pensato, è l’uomo giusto, dovremo solo farlo digerire a qualcuno…».

E infatti la digestione fu difficile per i tanti che non volevano fra i piedi lo “scomodo rincoglionito” (ch’era peraltro discretissimo e lucido, magari anche un po’ malignamente divertito del fastidio che dava a stupidi e a potenti insieme). Se Rivera e Mazzola, subito tagliati fuori dalla Nazionale di Bernardini («È una dolorosa necessità», diceva), lealmente si tiravano in disparte senza polemizzare, solo mugugnando, quelli che non ne avevano mai amato lo stile assolutamente superiore presero subito a fargli guerra.
Molti giornalisti per primi, soprattutto quelli che si trovavano a disagio nelle sue conferenze stampa che nulla lasciavano all’invenzione: era talmente chiaro, e diceva cose così felicemente intelligenti, e in un italiano tanto facile – Fulvio – che praticamente scrivevi sotto dettatura (solo un altro grande personaggio dello sport e della vita è stato sempre così, Enzo Ferrari).

Talvolta buttava là anche idee strampalate, ma perché amava il paradosso, giocava con la propria intelligenza e con quella degli interlocutori: un gioco che non sempre lo divertì, che raramente era compreso. Come quella volta che, accusandolo di aver convocato oltre un centinaio di giocatori, aggiunse alla lista un altro nome, un ragazzo figlio d’un suo amico livornese. Apriti cielo. E il centromediano metodista? Apriti cielo. E i “piedi buoni”? Apriti cielo. Solo una volta sbottò di brutto: e rivolse a certe penne pesanti accuse di “sudditanza monetaria” che non si rimangiò. Poi tornò cheto, prima a divertirsi, poi a soffrire.

Quando esordì sulla panchina azzurra, il 28 settembre del 1974, a Zagabria, amichevole contro la Jugoslavia (a proposito, il gol della vittoria jugoslava lo segnò Surjak, quello dell’Udinese) prese freddo e stette male di stomaco: fu dunque una partenza da “vecchio” che gli procurò battute meschine e risolini sfottenti; ma andò avanti per la sua strada, prima impassibile, poi sempre più chiuso in sé stesso, fino a che non trovò in Bearzot l’amico che cercava. Io non volevo crederci e sul “Guerino” – in quei giorni – attaccavo Enzo perché non mi pareva leale nei confronti del “grande vecchio”. E Fulvio tornò a dirmelo: «Potrai avere ragione in tanti casi, in questo no; Bearzot è leale, è l’uomo giusto». E quando organizzammo un divertente «Processo a Bernardini» durante una crociera nei mari di Grecia, Fulvio precisò: «Presto Bearzot saprà camminare da solo, e andrà benissimo». Fu profeta, come sempre. Una sola cosa non aveva previsto: che Bearzot avrebbe patito le sue stesse pene, ripagate per altro da ben diverse soddisfazioni.

Ricordo Fulvo vivo perché non riesco a immaginarmelo morto. Ignoro i suoi ultimi addolorati giorni perché preferisco rivivere solo i suoi trionfi e riascoltare la sua voce suadente, le sue parole mai sciocche, e risentire la sua mano forte e grande che spesso si lasciava andare a una scoppola paterna, a un buffetto amichevole, a una carezza quasi segreta. La sua mano che quel giorno, a Bogliasco, stringeva quella di Ines: «Quando mi toglieranno la Nazionale – le disse, guardandola con un sorriso pieno di tenere complicità – non sarà un dramma. Resteremo noi a volerci bene, vero Ines?»

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