Dirigente della FIGC

Bernardini dirigente della FIGC

 

Pochi sanno che Bernardini, per colpa del carattere fumantino e intransigente, a metà della sua vita bruciò una chance d’avviare una carriera dirigenziale nei ranghi della Federcalcio. Infatti, il 20 luglio 1944 Giulio Onesti, l’uomo scelto dal leader socialista Pietro Nenni per liquidare il CONI, lo nominò “reggente” della FIGC. Nel suo tentativo di salvare il salvabile, e quindi non sciogliere il CONI bensì di farlo sopravvivere in quanto ente preesistente al fascismo, Onesti aveva individuato dei dirigenti pro-tempore per le federazioni nell’area centromeridionale del Paese. Questo in attesa che i presidenti e i dirigenti nazionali potessero venire regolarmente eletti in futuro.

Nell’istante in cui Bernardini si pose all’opera, con un lungo e faticoso tour inteso a verificare la consistenza organizzativa dei comitati locali, accadde l’inevitabile; e cioè che toccò con mano la meschinità degli uomini che avrebbero dovuto far ripartire il carrozzone, tutti preoccupati a fiutare l’aria per spostarsi nel recinto politico giusto.

Bernardini fece quello che era nelle sue umane possibilità. Spedì due lettere a Zurigo al segretario generale della FIFA, il tedesco Ivo Schricker, in una delle quali chiese se la FIFA avesse materiali per il calcio da spedire giù a Roma. Quindi viaggiò verso sud per giorni in macchina da solo, con grave pericolo della sua incolumità personale, e andò a contrattare perfino con la Federazione Siciliana degli Sports, organismo creato dagli anglo-americani per sostituire il CONI e legato al movimento separatista. Ma al ritorno s’accorse che Onesti, per parte sua, aveva brigato al fine di recuperare molti degli uomini del CONI in epoca fascista, rinunciando in pratica all’epurazione.

Questa cosa non andò giù a Bernardini, che il 2 novembre 1944, con una lettera pubblicata sul Corriere dello Sport, si dimise dalla carica di reggente della Federcalcio. Motivo: “La conoscenza attraverso l’esperienza di questi pochi mesi, di un ambiente insincero e di scarsa sportività”.

Il romano perse così l’irripetibile alea di preparare il sud Italia all’assemblea di riunificazione col nord, e quindi la nascita della FIGC post-fascista. Per ipotesi, avrebbe nel giro di pochi mesi potuto sedersi sulla poltrona di presidente. Sarebbe bastato un minimo di diplomazia per arrivare almeno alla carica di vice-presidente, magari alle spalle dell’ingegner Barassi, l’uomo del nord che in quei giorni teneva la Coppa Rimet sotto il letto.

Onesti non la prese bene ed accusò con una lettera aperta Bernardini di avere stornato soldi dalle casse della FIGC. Fulvio rispose piccato con una lettera del 29 gennaio 1945 pubblicata in prima pagina sul Corriere dello Sport, nella quale specificò che avanzava 27 mila lire dalla Federazione – che dunque aveva mosso i primi passi con i suoi denari e continuava ad utilizzarli – e disse chiaro e tondo cosa pensava dell’”avvocatino Onesti”.

In sostanza, fu una vicenda spinosa che scavò un solco tra Onesti e Bernardini. Gualtiero Zanetti, direttore della Gazzetta dello Sport, giornalista influente in materia di cose calcistiche e molto amico di Fulvio, alla morte di questi, scrisse:

All’uscita della guerra fu anche dirigente federale: rappresentava il Centro-Sud nella trattativa per rimarginare le due anime del calcio e soltanto un uomo superiore come Ottorino Barassi ne comprese le idee e gli sfoghi. Per troppi dirigenti del Nord fu vera normalità il giorno in cui se lo tolsero dai piedi.

Trattandosi di due galletti non da poco, la cosa ebbe i suoi strascichi polemici. Nel dicembre del 1944 Bernardini iniziò a tenere una rubrica sportiva sulla nuova testata fondata dal suocero, appunto L’Uomo Qualunque. Guglielmo Giannini non s’interessava di sport e aveva in somma noia il calcio, come lui stesso aveva subito confessato (o meglio: sbandierato con orgoglio) al genero, motivo per cui gli lasciò carta bianca. Senza controlli, Bernardini partì lancia in resta, secondo un programma che prometteva: «Stroncatura sistematica dei politicanti, messa in berlina dei retori». Capirete bene che, con un modulo tattico siffatto, invero troppo offensivo, era facile procurarsi schiere di nemici. Negli stessi giorni Fulvio stava finendo di redigere il suo memoriale Dieci anni con la Nazionale, dove ugualmente non andava per il sottile a tirar fuori episodi intrisi di amore patriottico ma anche di melma: le bassezze e gli intrallazzi che aveva “visto coi suoi occhi”, alla Ojetti. Insomma, dando ascolto al cuore ed eclissando la ragione, Fulvio s’era messo contro il sistema, contro i nuovi potenti. Un Brancaleone con un solo scudiero al fianco, e che non lo capiva più di tanto. Infatti, dopo un paio di sferzate all’«amico personale Onesti», accusato di «cedere alla corsa dei partiti all’accaparramento delle società sportive» e di asservirsi all’establishment («sarà bene non dimenticare che lo sport nulla vuol sapere di colori o tendenze di destra e di sinistra… vuole dei dirigenti ignari di machiavellismo»), Giannini fu costretto a sospendergli la rubrica. Con una lettera al Corriere dello Sport, Onesti si sentì allora libero di prendersi gioco dell’ex Reggente che aveva ormai scaricato, una pedina sulla scacchiera che non poteva veramente nuocergli: il classico idealista sciocco che non ha compreso in che verso gira il mondo.

La reazione di Bernardini fu immediata e furente. La riportiamo integralmente per la ragione che da essa emerge l’uomo tutto intero, nel suo rigore morale quasi luterano, o alla Savonarola e Fra’ Dolcino, per intenderci. L’uomo con i suoi difetti e i suoi pregi. E si comprende bene perché il nostro non avrebbe mai fatto carriera nelle arene della politica sportiva, mai comunque in veste di alto dirigente, a cagione dell’idiosincrasia all’intrigo e alla diplomazia. Un ultimo appunto: la cosa buffa era che Onesti (la Storia l’avrebbe dimostrato: morirà in semi-povertà) era un tipo integerrimo, non interessato a far scivolare denaro pubblico nelle sue tasche. Quindi i due galletti si assomigliavano su questo punto, il punto dove l’uno mordeva stoltamente l’altro. Enorme era, invece, la distanza sulla prassi. Dal Corriere dello Sport del 29 gennaio 1945:

Caro Corriere,

La lettera aperta che Onesti mi ha diretto dalle tue colonne mi ha deluso. Lo stesso Onesti mi aveva preannunciato, giovedì 22, un suo attacco e contemporaneamente mi aveva, con discutibile senso ironico, dichiarata la sua amarezza per la sospensione da “L’Uomo Qualunque”, giornale dalle cui colonne mi sono permesso di attaccare il “CONI” di cui l’avvocatino Giulio rappresenta la prima poltrona. Mi attendevo qualcosa di concreto e di efficiente da un individuo che, oltre ad essere il capo ufficiale dello Sport Italiano Liberato, è anche addottorato in legge; mi attendevo qualcosa che esulasse dal pettegolezzo e dalla manovra, come è scritto nel “cappello” che un tuo redattore ha messo in testa alla sconveniente e scapata lettera di Onesti. Invece, nulla di concreto e molta equivoca maldicenza. Parole e parole, per circa una colonna, per ingenuamente mimetizzare un paio di frasi ambigue che rasentano la volgare diffamazione. Troppo poco per un cervello granitico come quello di Onesti, troppo poco per quegli altri due o tre cervelli che lo hanno consigliato ed assistito nella immane fatica. Bisognava precisare e non solamente imbrattare carta per dare l’impressione ai gonzi che al CONI si facciano cose serie, attraverso il lavoro serio di persone serie. Scrivere che: Bernardini ha incassato i denari che ha creduto di incassare, ha speso quelli che ha creduto di spendere; che Onesti sarebbe stato lieto che Bernardini avesse accumulato nella Cassa della F.I.G.C. qualche piccola somma ed esprimere amarezza perché Bernardini voleva una speciale autonomia da chiamarsi semplicemente del “comodo proprio” e priva di responsabilità cosciente è cosa troppo facile, anche per un “Commissario del CONI”. Sarebbe stato onesto che le parole fossero state seguite da un’esposizione, in cifre, riguardante i novanta giorni della mia reggenza al calcio, ed io che mi sento profondamente più onesto di tutti gli onesti che scaldano le sedie di via S. Eufemia, voglio colmare la grave lacuna.
Nominato Reggente del Calcio in data 20 luglio 1944, ho trovato nella Cassa della Federazione uno zero tondo tondo. Ho anticipato lire 10.000 per l’acquisto di cartellini, moduli, nulla osta, stampati, piccole spese postali. Il 2 settembre 1944 sono partito per un viaggio esplorativo nel Meridione ed in Sicilia, (del viaggio era a conoscenza l’avvocato Onesti, ed attraverso lui fui incaricato di portare lettere e materiale riguardante alcune Federazioni). Ho portato con me lire 50.000, mie naturalmente. Nel viaggio di 15 giorni ho toccato: Napoli, Potenza, Bari, Taranto, Cosenza, Reggio Calabria, Palermo, Catania, Messina, Cosenza, Potenza, Napoli; ed ho presentato un conto di spese vive di lire 37.700, così ripartite: Vitto ed alloggio per due persone (il sottoscritto ed un autista) lire 10.700; acquisto carburante lire 25.700; spesa riparazione macchina per incidente stradale lire 1.300. Sono tornato a Roma con lire 3.000, il che significa che lire 9.300 riguardanti mie personalissime spese non sono state logicamente messe in conto. Mi sono dimesso dalla Reggenza in data 2 novembre 1944. La situazione di cassa al 31 ottobre 1944, era la seguente: Entrate lire 118.410 (incassi per vendita di materiale sportivo a tutte le società calcistiche romane, piccole e grandi, escluse la Roma e l’Italia Libera; utili dell’incontro anziani-giovani del 17 settembre 1944; quote di affiliazione). Uscite: lire 108.212,65 (stipendi al personale, spese postali; spese arbitrali; pagamenti fatture, moduli e stampati). Attualmente sono creditore verso la Federazione Italiana Giuoco Calcio di lire 27.700.
Dalla esposizione risulta chiaro e netto che la Federazione Calcio ha mosso i suoi primi passi di ripresa con i miei denari, che ancora oggi vive parzialmente di denari miei, che Bernardini non ha mai preso stipendi ma ci ha rimesso del suo qualche biglietto da mille. Ho i miei dubbi che uno solo dei funzionari “conisti”, dal più grande al più piccolo, possa dire di trovarsi in situazione identica. L’opinione che Onesti ha di me come dirigente è un’opinione, e quindi rispettabilissima. C’è solo da dubitare che vi sia eccedenza di materia grigia dietro la sua fronte, se ha impiegato quattro mesi per maturare detta opinione e tradurla in parole da stampare. La questione dell’autonomia per le Federazioni è cosa che non mi interessa; le società sportive dormono e godono nel farsi prendere in giro dal Commissario di via S. Eufemia: padronissime di dormire e godere a modo loro. In quanto alle coccodrillesche lacrime onestiane sul non potermi apprezzare come giornalista, voglio dire al mio ex amico (non è lecito rimanere amici di un individuo che ha bassamente tentato di accusarmi), di darsi pace. Avrà modo di apprezzarmi ancora, anche se “L’Uomo Qualunque” è deceduto, in omaggio alla libertà di stampa. Si prepari pure, e fin d’ora, l’avvocatino, a stilare, fra quattro mesi, una seconda lettera aperta, cercando magari di apparirvi meno sconveniente e più denso di pensiero che nella prima.

Fulvio Bernardini

La sospensione durò in effetti tre mesi. Come promesso, al suo termine Bernardini ripartì a sferzare Onesti, seppure con minore foga. Per dirla con Italo Calvino, una “acrimonia aristocratica” improntava i suoi pensieri, quando questi pensieri erano diretti al Coni. Ma la scoperta, avvenuta l’anno successivo, della schedina Sisal Totocalcio – che era poi il famoso totalizzatore tanto invocato da più parti – avrebbe fornito all’«avvocatino», unitamente all’ombrello della DC nella persona di Giulio Andreotti, l’arma necessaria per vincere la sua battaglia. I due si rincontrarono faccia a faccia quindici anni più tardi, per la consegna di un premio, e in quella circostanza si strinsero la destra. Alla fine, si riconobbero come due persone intelligenti, rette (aspetto molto importate per entrambi: i funzionari ‘conisti’, già belli e radiografati da Bernardini, avrebbero sempre temuto il proprio capo per la funzione di controllo che esercitava sui loro maneggi) e che facevano con passione il loro mestiere a vantaggio dello sport italiano.

Forse, l’ultima parola di questo paragrafo lo possiamo lasciare a Gualtiero Zanetti, giornalista molto amico di Fulvio e che, alla morte di questi, scrisse:

All’uscita della guerra fu anche dirigente federale: rappresentava il Centro-Sud nella trattativa per rimarginare le due anime del calcio e soltanto un uomo superiore come Ottorino Barassi ne comprese le idee e gli sfoghi. Per troppi dirigenti del Nord fu vera normalità il giorno in cui se lo tolsero dai piedi.

 

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