Autobiografia azzurra

Autobiografia azzurra

Fulvio Bernardini, Dieci anni con la Nazionale
Entrando oggi in una qualsiasi grande libreria, tipo Feltrinelli o Mondadori, vi capiterà di scorgere nel reparto tempo libero e sport almeno sette biografie di calciatori contemporanei, alcuni in attività, altri che hanno appeso gli scarpini al chiodo da poco. È un fenomeno il cui inizio è databile agli anni ottanta del Novecento, con un incremento massiccio negli ultimi tre lustri. Nel 2012 sono uscite una dozzina di pubblicazioni, comprese quelle di campioni stranieri non militanti nel nostro campionato.

Eppure, quando nel 1946 apparve nelle librerie italiane 10 anni con la Nazionale, la cosa era quasi un’assoluta novità, l’unico precedente rimanendo il volumetto Miei ricordi calcistici, firmato nel 1935 da Giuseppe Meazza ma in realtà lavorato da un ‘negro’, vale a dire un giornalista amico dell’asso nerazzurro. L’Era Fascista aveva visto altre biografie più o meno compitate da atleti di grido. Citiamo quelle dei ciclisti Alfredo Binda (Le mie vittorie e le mie sconfitte, 1931) e Costante Girardengo (Le mie impressioni sul trentaduesimo Giro di Francia, 1932), del pugile Erminio Spalla (addirittura tre: Nella vita e sul ring, 1928, Per le strade del mondo, 1930, Una tonnellata di pugni, 1932) e del marciatore Ugo Frigerio (Marciando nel nome dell’Italia, 1936). Più i fascicoletti standard che, alla metà degli anni trenta, raccontavano le vite dei calciatori, mensilmente pubblicati dalla Gazzetta dello Sport e dal Il Calcio Illustrato a cura di collaboratori delle medesime testate. Comunque, quando nel 1934 Giovanni Titta Rosa e Franco Ciampitti diedero alle stampe, per i tipi della milanese Carabba, la loro deliziosa Prima antologia degli scrittori sportivi, non inserirono nessuno dei nomi sopracitati nella selezione, che annoverava autori i più vari: da Saba a Bontempelli, da Vergani a Brocchieri, passando per Pavolini, Campanile, Fattori e Monelli.

Dopo il ‘Balilla’ e ‘Fuffo nostro’, toccò ad un altro grandissimo proseguire la scia: Giampiero Boniperti. La sua autobiografia uscita nel 1958, La mia Juventus, fu però anch’essa scritta da un ghost-writer, il giornalista alle prime armi Giampaolo Ormezzano. Negli anni sessanta entrarono nel gioco di raccontarsi per fare quattrini grossi calibri come Helenio Herrera, John Charles, Gianni Rivera, Enrique Omar Sivori, Sandro Mazzola ed altri. Ma bisogna arrivare al 1976, sull’onda della rivoluzione generazionale della controcultura, per avere un’autobiografia davvero dirompente, autore Paolo Sollier, che col suo Calci e sputi e colpi di testa smosse un poco le farisaiche acque del calcio professionale.

Bernardini, trent’anni avanti Sollier, aveva provato anch’egli qualcosa del genere, perché la sua autobiografia, prodotta nei mesi successivi alla guerra, presenta qua e là accenti polemici piuttosto veementi; non tanto rivolti al fascismo, quanto indirizzati verso un certo ambiente giornalistico settentrionale, parte integrante dell’entourage della Nazionale. I suoi strali si appuntano sul corpo di alcuni nemici specifici, principalmente sull’uomo col quale aveva litigato alla Lazio, Olindo Bitetti, e quello che l’aveva fatto fuori dal giro azzurro quand’era nel fiore della vigoria atletica, il commissario unico Vittorio Pozzo.

Il volume, di 240 pagine e di formato tascabile (cm 14×21), venne venduto al prezzo di 250 lire e finito di stampare il 5 aprile 1946 a Tivoli, nell’Istituto Grafico Tiberino per conto della casa editrice Gismondi. Quest’ultima aveva sede a via Palermo, Fulvio conosceva da tempo il vecchio signor Gismondi, già proprietario di una tipografia alla Suburra. Alcune notazioni (ad esempio, ad un certo punto si parla di arance da mangiare al mattino come di un “oro introvabile”), inducono ad ipotizzare che la sua compitazione sia partita nell’inverno 1944-45 e si sia protratta lungo tutto il 1945; sicuramente era bello che terminato ai primi di marzo del ’46, allorché ne diede notizia in coda ad un articolo su L’Uomo Qualunque:

Tutti gli episodi, le persone, le cose note e quelle non ancora conosciute, i misteri, più o meno comprensibili, della vita internazionale degli «azzurri», la verità su certe famose esclusioni, un giudizio sereno sui più grandi campioni del calcio nazionale e internazionale. Tutto questo in un libro di ricordi che mi sono deciso a scrivere e che vedrà la luce entro il mese. Ho provato gusto e divertimento nello scriverlo perché mi è sembrato di rivivere in pieno quel magnifico personale periodo che s’iniziò col mio debutto in «nazionale», nel lontano millenovecentoventicinque. Sarà interessante vedere se un uguale gusto saprà provare chi si avventurerà nella lettura.

Dopo questa uscita, venne subissato di lettere in redazione. Lettere che gli chiedevano lumi sulla pubblicazione e se si trattava di una raccolta di resoconti di partite. Bernardini, tuttavia, aveva iniziato a svolgere il mestiere di giornalista dopo il suo taglio dalla Nazionale, pertanto rispose che l’unico suo reportage di un match era piazzato giusto alla fine, e riguardava l’articolo de La Tribuna in occasione di Italia-Inghilterra del 1939. Per il resto si trattava di recuperi della memoria, sovente aiutati dal diario personale che il ragazzo teneva nei primi anni di carriera alla Lazio e all’Inter. Di tale diario oggi non v’è traccia fisica, ma dovrebbe essere stato mantenuto almeno fino a quando non passò alla Roma.

Come accolse la critica il memoriale dell’ex Garibaldi del Testaccio? Evidentemente a diversi giornalisti alcune cosette – dette fin troppo a chiare lettere – rimasero indigeste, perché il volume praticamente passò sotto silenzio. Il Calcio Illustrato non ne fece menzione alcuna. Nella sua rubrica ‘libri di calcio’, Leone Boccali fornì la notizia della ristampa di un manuale di Mario Zappa, di un altro manuale firmato da Virgilio Rosetta e perfino di un sessanta pagine di un illustre sconosciuto, tale Carlo Braca da Salerno, che aveva raccolto i termini calcistici in uso.

E’ singolare che nel settimanale dove scrivevano Pozzo e Boccali, oltre a Berra, Agosteo, Rizieri Grandi, De Martino e De Vecchi, non si parlò affatto della produzione letteraria di Bernardini. Riscontriamo la pubblicità dei Diari di Ciano pubblicati dalla Rizzoli, ma nulla su 10 anni con la Nazionale. A questo punto, è lecito domandarci se il romano si prese la briga di spedire una copia omaggio al civico 6 di piazza Erba, su a Milano. Probabilmente no. Sappiamo che, in quell’aprile del 1946, ne regalò una copia al portiere Valerio Bacigalupo: la preziosa copia è ora tra gli oggetti in esposizione al Museo del Grande Torino.

Qualche giorno di ritardo all’uscita venne procurato da Bergoglio, al quale Bernardini aveva chiesto la prefazione. Bergoglio, classe 1912, era all’epoca vicedirettore del neonato Tuttosport, la risposta torinese alla ‘rosea’ e al Corriere dello Sport. Famoso soprattutto per essere stato il padre dell’araldica calcistica (negli anni venti aveva creato sul Guerin Sportivo i simboli scherzosi dei maggiori club: la zebra juventina, il biscione interista, ecc.), era un buon amico di Fulvio, entrambi sostenitori della causa sistemista.