Gli inizi

I voli da portierino
tratto dalla biografia “Fulvio Bernardini, il Dottore del calcio italiano” di Marco Impiglia

[…] Quando iniziò la sua carriera Fulvio Bernardini? Con precisione non lo ricordava nemmeno lui.  Sapeva, però, di avere avuto fin da piccolo una formidabile passione per il calcio e di aver nutrito un vero culto per quelli che erano gli ‘assi’ nei suoi anni verdi. Da studente era un collezionista accanito di fotografie, di ritagli di giornali, e non v’era un nome di calciatore un po’ noto di cui egli non conoscesse pregi e difetti. Ancora negli anni trenta, capitano della AS Roma, conservava quelle foto acquistate alla libreria Bianchini in via della Vite: uomini con baffoni spavaldi e barba, indossanti strane tenute sportive, e nel retro di ogni immagine, scritta con grossa e incerta calligrafia infantile, vita e miracoli di ogni ‘fubballer’. Ma il maschietto non si limitava a seguire le gesta degli altri; il suo sogno era quello di diventare un campione e di poter anche lui, un giorno, figurare su fotografie simili a quelle che teneva gelosamente nel cassetto.

La sua attività cominciò in età scolare, allorché frequentava le classi elementari nella scuola materna ‘Vittorino da Feltre’, nella via omonima, per poi passare all’Istituto Tecnico ‘Federico Cesi’ in via Cernaia. Per arrivare a questa scuola – che non esiste più e stava a ridosso del vecchio Planetario Zeiss, quello inaugurato nel 1928 – Fulvietto doveva attraversare piazza Esedra, girare attorno alla chiesa di Santa Maria degli Angeli, dove un giorno si sarebbe sposato,  e  imbucare la via Cernaia dominata dall’enorme Ministero delle Finanze. I piazzali del Colosseo e del Quirinale, quest’ultimo coi suoi sampietrini che scorticavano le ginocchia, i prati di Villa Borghese e lo sterrato di piazza d’Armi conobbero presto le prodezze di ‘Fuffo dei Monti’ e della sua combriccola di amici. A quei tempi, spesso alla domenica seguiva il fratello Vittorio – più grande di lui di quasi dieci anni –  fino alla vasta piazza d’Armi, oltre il fiume dove si disputavano i match con le porte fatte coi vestiti dei giocatori. Fulvietto s’accovacciava dietro la porta e mimava le parate del fratellone portiere. Con i coetanei si divertiva con una palla di cimosa, realizzata con le bordure laterali delle pezze di stoffa che avanzavano ai sarti; assai di rado la palla dei bambini era di vescica ricoperta di cuoio o di gomma; anzi, una di gomma se la comprò da solo, rompendo una sera il salvadanaio di coccio a forma di porcellino.

Crescendo, il gioco della palla per lui si fece più serio: i ragazzini avevano le loro squadre bene inquadrate e gli incontri avvenivano secondo tutte le regole; l’accanimento era tale che sovente le partite finivano in mischie furibonde e calci diretti non precisamente alla palla. Fulvio, mancino naturale, era l’anima di quelle partite ed il capitano (la palla era sua) di tutti i baby-calciatori della Suburra. Anche Vittorio De Sica l’ebbe come compagno, e rammenta che i due si equivalevano per ardore ma non per bravura. Uno dei sogni del giovane De Sica era quello d’essere un giorno un campione dello sport, footballer o boxeur, ma poi per le sue deficienze atletiche dovette ripiegare sulla professione di attore. Comunque, Vittorio trascorreva le ore più felici con Fulvio, come ricordò nei primi anni settanta  dello scorso secolo in un’intervista concessa dalla sua residenza parigina:

Lui aveva otto o dieci anni, io dodici o tredici e c’incontravamo ai giardinetti della stazione: sì, quelli che le stavano e le stanno di fronte… i giardinetti delle Terme di Diocleziano. Lì facevamo la guerra tra bianchi e mori. Noi, cioè io e Bernardini, fungevamo da mori, era perciò inevitabile fare ampio uso della vernice fresca dei lampioni a gas. Con quella venivano fuori certe facce nere, ma tanto nere che non si potevano più cancellare. E allora, una volta a casa, schiaffoni. So che anche Fulvio li prendeva: ma anche io ebbi la mia parte da mia nonna. Fulvio era un ragazzo molto sveglio, agile, allegro. Eravamo tutti e due figli di buone, modeste famiglie borghesi. Quando venni a sapere che era diventato calciatore, lo trovai molto logico. Lui mi staccava sempre nella corsa. L’amicizia è durata sempre, anche se i nostri rapporti finirono presto. Ma io seguii tutta l’attività del Bernardini calciatore, anche se non osavo più presentarmi a lui: era diventato un divo, mi sembrava irraggiungibile. Mi incontrai nuovamente con Bernardini non prima degli anni cinquanta, quando era allenatore della Fiorentina. Ci incontrammo in una piazzetta di provincia, e fu un incontro affettuosissimo. Lui anzi, ai miei complimenti per la carriera nel campo del calcio, allargò le mani dicendo: Lascia stare, Vittorio, sono cose passate…

E già… cose passate. Cose di una Roma di adolescenti borghesi abbastanza liberi e scatenati,  certamente molto più di oggi,  ma anche ubbidienti ed educati, formati sulle letture di Collodi, De Amicis e Salgari. Una Roma che aveva nel gioco ai giardinetti e nelle ghiottonerie di strada i punti di riferimento cardinali: le pizzette di farina di castagnaccio a tre soldi l’una (gli gnaccini), le cartate di pezzetti (broccoli, alici o patate) fritti con la pastella, il chiosco della bibitara con la grattachecca al ponte dei Quattro Capi (gusti menta, ribes, limone, arancio, tamarindo, orzata, cedrata, ciliegia e mandarino), i ceci tostati, le nocchie, le olive, i bruscoli, cioè i semi di zucca,  e le guainelle, che poi erano le carrube.  E una volta a casa per i monelli c’era  la buona pastasciutta fatta con le loro sante mani dalle mamme, le zie e le nonne. Tutte brave e tranquille massaie che non pativano gli stress della vita caotica e ipertrofica che avrebbero patito le loro pronipoti.
Crebbe ancora e velocemente, Fulvio, e quando vide esplodere le sue dodici, tredici primavere, già possedeva qualcosa nel suo gioco al ‘fubballe’ che lo faceva distinguere dai compagni, i quali apprezzavano e subivano la sua superiorità. Se alla Suburra era un piccolo fenomeno, fuori degli antichi vicoli la sua fama rimaneva sconosciuta. Egli era un ragazzino come tutti gli altri, tanto che più volte non riuscì ad essere ammesso al gioco e dovette accontentarsi d’assistere alle prodezze dei suoi poco ospitali coetanei. Ma poi riuscì ad entrare nelle partite di pallone a Villa Borghese. Molta acqua dopo, avrebbe raccontato qualcosa di quegli spensierati pomeriggi in villa e delle birichinate che combinava:

Ai tempi di Villa Borghese, noi si giocava per ore tutti i giorni, come firmare il cartellino, dalle tre alle nove di sera.  La villa alle nove veniva chiusa, il pizzardone passava a cavallo e con voce profonda attaccava la cantilena: «Si chiude… si chiude… si chiude!». Era un compito importante, almeno il pizzardone la pensava così, e viaggiava sul suo cavallo con andatura elegante. […] Questo «si chiude» avveniva alle 17 d’inverno, alle 19 d’estate  e in certi periodi la partita durava anche cinque o sei ore. Naturalmente, le formazioni variavano nelle cinque o sei ore.  Uno usciva l’altro entrava ed erano i grandi di età che stabilivano gli avvicendamenti e mai facevamo il conto dei gol, anche perché a chi avremmo assegnata la vittoria? Le squadre non avevano né sigla né maglia, anzi: ognuno dei giocatori aveva la maglietta, o camicia, con la quale usciva da casa!  Il «Grande Centro Studi sul Calcio» del Parco dei Daini era frequentato da quasi tutti i giovani calciatori di Roma. Logicamente, i più grandi di età erano al lavoro. Gli unici assenti di rilievo erano gli elementi della «Fortitudo» dei fratelli Sansoni (Angelo, Gioacchino, Alberto, Giulio ed Ezio) e dei fratelli Ferraris che erano quattro, ma sfondò solo il quarto, Attilio. In Borgo Pio c’era il ricreatorio di fratel Damaso e fra’ Porfirio e l’assenza dei «fortitudiani» dal «nostro» Parco dei Daini era dovuta a un preciso divieto di fratel Damaso e fra’ Porfirio. I due temevano forse che mischiandosi ai ragazzotti del Parco dei Daini perdessero il senso delle proporzioni. Comunque, alle nove di una sera d’estate, col pizzardone a cavallo a pronunciare la sua solita poesia, mi venne la voglia matta di tirare un ultimo calcio al pallone. Bel tiro, secco e potente, ma proprio dritto sulla faccia del cavallo. Il pavido equino s’inarcò e il pizzardone cadde steso a terra.  Umiliato, fece il pieno di monelli, me compreso, e ci trascinò tutti al più vicino commissariato. Lì ci propinarono la predica, e ci dissero chiaro e tondo di andare a giocare altrove. Tornammo a casa accompagnati e, dopo, a porte chiuse, ci fu un sonoro chiarimento di idee coi miei genitori. Normalmente, però, sapete come si concludevano le nostre serate dopo che la guardia comunale a cavallo ci aveva chiuso i cancelli? Prima di uscire spingevamo i «novizi», per scherzare, dentro le siepi di «mortella», e se non proverete non saprete mai quanto difficile sia uscirne, e poi facevamo una specie di doccia in quelle due belle fontane davanti all’ingresso del museo Borghese.  Poi avvenivano le separazioni e in sei o sette pinnavamo in via Veneto per mettere il «quaglio». Cosa era il «quaglio»? Un gioco che oggi chiamerei crudele e di cattivo gusto, ma allora lo giudicavamo divertente. Il fatto avveniva con il primo buio ed il posto ideale era nell’angolo tra via Veneto e via Ludovisi tra i vasi vuoti di un banco di vendita di fiori, silenzioso a quell’ora. Uno di noi si piazzava vicino al banco dei fiori ed aveva in mano il capo di uno spago che all’altro capo aveva un portafoglio vuoto, steso sotto al marciapiede. Il pesciolino abboccava sempre, si guardava in giro e quando si chinava non trovava nemmeno il fazzoletto!

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