Alla Roma

Testaccio recita: «cor gran Furvio Bernardini che dà scola all’argentini»
tratto dalla biografia “Fulvio Bernardini, il Dottore del calcio italiano” di Marco Impiglia

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L’istinto assoluto della vita impiegato in una lotta al calcio, l’antico harpastum dei soldati di Cesare rivisitato dal fair-play inglese: ecco la ragione per cui uomini-guerrieri quali Bernardini, Masetti e Ferraris IV avevano fatto del football il filo conduttore della propria esistenza. Capito questo, caro lettore, possiamo proseguire nella nostra storia.

Il campionato 1930-31 i lupi lo combatterono al massimo delle loro possibilità. Il branco, guidato da Attilio con la sua indomita forza e da Fulvio sagace stratega, operò meraviglie, si mosse crudele e compatto. I giallorossi furono i migliori nell’annata, conquistarono una serie di record che lo stanno a dimostrare. Segnarono più gol: 87. Ne subirono di meno: 31. Vantarono il capocannoniere del campionato in Wolk, autore di 30 centri. Anche Giuseppe Meazza, esploso la stagione prima con 31 reti, dovette arrendersi alla vena di “Sciabbolone”. Sotto la doccia, Rudy stupiva tutti per la sua dote segreta, da cui derivava il soprannome affibbiatogli dagli stessi suoi compagni, e in campo lottava senza dare l’impressione di patire le randellate sulle gambe infertegli dai difensori avversari. La Roma vinse in casa quindici partite, ne pareggiò una e perse col Milan, rifacendosi però sul campo dei rossoneri. Fuori della tana, i lupi si batterono bene con un bottino di sette vittorie, sei pareggi e quattro sconfitte. Eppure, la Juventus li sopravanzò in classifica di quattro punti: 55 a 51. La Juve che li sconfisse a Torino per 3-2 e fu superata al Testaccio 5-0. Ma prima di rendere ampia testimonianza di quell’indimenticabile partita, che vide soccombere di brutto le zebre e da cui scaturì perfino un film, diciamo dello scontro che decise del destino dello scudetto: il derby di ritorno con la Lazio.

All’andata, in dicembre presente in tribuna Mussolini, a Campo Testaccio era stato un pari, e le aquile attendevano ancora la prima, sospirata  vittoria. La sfida del girone  di ritorno cadde il 24 maggio, a sei giornate dal termine, con la Roma che inseguiva la Juventus a tre punti. Una Juve che, dopo il tracollo al Testaccio, appariva in difficoltà, mentre la Roma viaggiava in rimonta come una vaporiera lanciata in discesa, sparando gol a raffica a tutti: le ultime due partite le aveva vinte 7-1 e 5-0. La squadra era diventata un meccanismo d’orologio. La triade difensiva Masetti-De Micheli-Bodini riusciva sovente a chiudere imbattuta; la mediana Ferraris-Bernardini-D’Aquino era perfetta, davanti dialogavano bene e usufruivano dei passaggi smarcanti di Fulvio gli attaccanti Costantino, Fasanelli, Wolk, Lombardo e Chini. Quel pomeriggio, allo Stadio del Partito, la Roma partì lancia in resta, come al solito. ‘Faele’ segnò subito con un’azione veloce  delle sue. Ma l’arbitro, il milanese Gama, l’annullò per un vizio immaginario. Scrisse Ennio Viero su La Gazzetta dello Sport:

Umberto Gama sanziona l’off-side di Costantino. Il suo giudizio fa testo, ma noi il fuorigioco non l’abbiamo visto. Gama, arbitro di solito eccellente, questa volta ha deluso. Ha tolto alla Roma un gol regolarissimo, ha tollerato il gioco piuttosto pesante dei giocatori laziali. Il suo infelice arbitraggio è intimamente legato alle sorti dell’incontro.

Sorti che si espressero in un due a due, giacché Gama nel secondo tempo non rilevò un fallo di mano in area di rigore laziale, e soltanto una punizione dal limite battuta con ferocia da Bodini, a tre minuti dal termine, regalò ai romanisti almeno il pareggio. Nei convulsi istanti finali, accadde poi che il terzino De Micheli andasse a recuperare un pallone gettato in fallo laterale dal laziale Furlani e che, al momento di raccoglierlo, un tizio che stava lì desse un colpetto dispettoso al cuoio facendoglielo rotolare lontano. Il tizio era Giorgio Vaccaro in persona, ma “er faciolaro” non lo riconobbe e gli mise le mani addosso: lo prese per il bavero, proprio. I due furono separati a stento. Per poco, però. Al triplice fischio, Vaccaro, De Micheli e diversi dei protagonisti  d’ambo le sponde vennero alle mani.  Volarono pugni e calci e si materializzò dal cattivo arbitraggio una baraonda quale non si era più goduta a Roma, su un campo di football, dai tempi delle sfide tra Alba e Fortitudo.

Nel parapiglia irruppero i carabinieri a cavallo e i reparti della milizia, con alcuni dei tifosi e dirigenti che pure intesero partecipare alla festa, e il terreno fu sgombrato solo dopo ripetute cariche. Tra le varie cose, ad un certo momento si vide uno dei fratelli di Attilio acciuffato dai miliziani, lo si sentì emettere un grido disperato: “Attì, m’ammazzeno!”. Ferarris IV si lanciò a pesce nel mucchio, che si aprì e gli si richiuse addosso come una medusa, e i militi a dargli giù coi calci dei moschetti. Intanto, Fulvio stava litigando con Gino Lamon, ala sinistra laziale. Rifilò al trevigiano un calcione ai cojoni, facendolo inginocchiare davanti a sé come Buster Keaton in una comica muta. Quindi si ritirò in disparte. Sia la Lazio, che giocava in casa, sia la Roma, per le responsabilità della sua tifoseria, ebbero la squalifica del campo. I fulmini federali colpirono Mario De Micheli con una squalifica di quattro giornate «per comportamento offensivo verso un membro del Direttorio»: a fine stagione la Roma avrebbe messo il trasteverino in lista di trasferimento. Fuffo il monticiano, che già prima, in partita, et deinde i in quei minuti extra di caos, aveva avuto modo di scaricare la sua rabbia repressa contro i colori celesti (non era stato quello stesso Vaccaro a imporre l’umiliazione della busta con le ventimila lire al fratello Vittorio?),  ebbe la sua parte di sanzioni. Dettava ancora il comunicato federale:

Per quanto riguarda il deplorevole contegno dei giocatori delle due società passati a vie di fatto al termine della gara, il Direttorio ha potuto individuare come maggiormente responsabile Bernardini Fulvio dell’AS Roma, al quale viene pertanto inflitta la squalifica per tre giornate di campionato, e Ziroli Luigi della SS Lazio, al quale viene inflitta la squalifica per due giornate di campionato. Il giocatore Bernardini, la cui posizione è stata aggravata dal suo contegno scorretto durante la gara contro il giocatore Fantoni, viene diffidato a tenere, in avvenire, un contegno corretto verso gli avversari, a scanso di esemplari provvedimenti disciplinari.

Bernardini era comunque un elemento importante della Nazionale, nonché il capitano della rappresentativa universitaria. Questi meriti lo salvarono. La punizione per lui si ridusse  ad una sola giornata di sospensione, con «ammonizione e diffida maggiore» per avere insultato un «membro del Direttorio Federale» (e potete immaginare chi). Nel frattempo, la Juventus aveva perso 4-0 a Bologna. Ma nella successiva trasferta a Milano, opposta all’Ambrosiana e privata del suo centromediano in stato di grazia, la Roma venne sconfitta 5-0. La Juve recuperò così il vantaggio e filò indisturbata verso il traguardo del primo dei suoi cinque scudetti consecutivi. Il primo dei vari campionati rubati dalla Signora alla Lupa, da allora e nelle epoche a venire, almeno nei rimbrotti e nei sentimenti di chi ha il cuore irrimediabilmente romanista. Che prove abbiamo? Beh, sentite questa, un piccolo appunto estrapolato da una rubrica che si chiamava «Periscopio» e che usciva ogni settimana il martedì su Il Littoriale a commento della giornata di campionato. E’ del 24 marzo 1931, si riferisce al turno successivo di Roma-Juventus, quando la Roma passò a Busto Arsizio contro la Pro Patria per 4-0. L’appuntino indiscreto lo vergò Carlo Fantacone, un ex pioniere del football capitolino:

Un consiglio: la lingua a posto. Specialmente in treno, e quando viaggiano i signori romani, che hanno le orecchie fine. Dicevano due giuocatori bustesi in trasferta, domenica sera, per Milano: «… che guaio aver perduto! … così ci siamo fatte sfuggire quelle cinquecento lire bianco-nere….». Che vuol dire questo? Un po’ di maggiore prudenza, non guasterebbe, signori chiacchieroni!

I “giuocatori bustesi in trasferta” erano, ovviamente, due blucerchiati milanesi che se ne tornavano a casa loro. Con uno sforzetto sarebbe per noi anche possibile individuarli… ma lasciamo stare.  Non abbiamo prove concrete. Tenete conto che i calciatori della Pro Patria, società di vecchia fama ma di scarsi introiti, erano quasi tutti impiegati nelle fabbriche di Busto Arsizio. Si trattava di semi-professionisti ma alcuni, proprio quelli più tendenti al professionismo,  si mordevano le unghie per il premio a vincere che la Juventus aveva messo a disposizione nel caso avessero fermato la Roma. Se un fatto del genere fosse emerso alla luce, facendo scattare un’inchiesta federale, la penalizzazione di vari punti per la Juventus sarebbe stata certa. Ma nessuna indagine venne lanciata perché Arpinati, il presidente della FIGC, era in ottimi rapporti personali con Agnelli. E tre anni prima c’era già stato il caso dello scudetto tolto al Torino, sempre con la Juve di mezzo, per cui non si voleva ripetere lo scandalo. Così i lupi se la presero ‘n der…., come avrà sicuramente commentato Attilio Ferraris.

A campionato terminato, la Roma fu ammessa alla Coppa Europa, un torneo estivo che poneva a confronto i più titolati squadroni continentali, britannici esclusi. Il 12 luglio, al Testaccio, Attilio, Fulvio & soci batterono 2-1 lo Slavia Praga di Planicka, il leggendario portiere, approdando alla semifinale.  Burgess e i suoi ragazzi furono portati in trionfo dalla folla. Pier Luigi Tagiuri sul Littoriale scrisse: «Quello che ha fatto Bernardini non si descrive, bisognava vederlo!». L’anno dell’epico duello con la Juventus – come Bernardini definì la stagione 1930-31 – conferì celebrità a quel gruppo di atleti, facendoli diventare eroi. La gente s’accorse che essi avevano veramente creato una squadra, una compagine animata da uno straordinario spirito di bandiera. Fusi nella volontà, pieni nello stile che risolveva in concordia le qualità dei singoli, i lupi mordevano.  Il loro gioco era qualcosa di molto diverso da quanto si poteva vedere nelle roccaforti del nord: qualcosa che solo l’aria di Roma poteva distillare. L’orgoglio di appartenere alla Roma si traduceva in un ferreo sentimento di fedeltà ai colori sociali. Nessuno giocava per sé, i giocatori coltivavano fra loro un rapporto di amicizia sincera. Questo spirito poco militaresco e quasi intimo si attagliava al carattere quirite. L’innata e fragorosa umanità degli umili abitanti del quartiere, all’epoca tutto schierato per la Roma, trovava nei ‘lupi del Testaccio’ un’espressione autentica e pura. Leverebbe troppo spazio qui rammentare gli episodi d’amore di quegli anni magici. Come accadesse che lunghe tavolate in piazza Santa Maria Liberatrice riunissero insieme i soci-tifosi, i dirigenti e la squadra, e come il presidente Sacerdoti, il giorno della Befana, radunasse i bambini dentro il campo di via Zabaglia, per consegnare loro i tradizionali doni. La Roma era sentita una cosa del quartiere e custodita come tale. Lo diceva il massaggiatore Cerretti: “Era sempre una festa, una grande festa che non faceva altro che raccogliere consensi e forze nuove intorno alla società…”.

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