Alla Mater

Giocatore e allenatore col Dopolavoro Mater in Serie C
tratto dalla biografia “Fulvio Bernardini, il Dottore del calcio italiano” di Marco Impiglia

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Il deludente epilogo di un’avventura che l’aveva visto  tenere autorevolmente il campo, realizzando alcune reti su calci da fermo, mosse Bernardini ad annunciare ancora una volta il suo ritiro  dalle scene agonistiche. Tornato dalle vacanze, gli ex compagni della Mater gli offrirono come ricordo un cronometro d’oro. Nel regalo s’insinuava un filo di tiberina ironia: il tempo ticchettava inesorabile sulla gioventù atletica del vecchio asso. Intanto, il 9 settembre nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, si sposava con Ines Virginia Cosolo, figlia adottiva dello scrittore e commediografo Guglielmo Giannini: bella ragazza di sangue friulano, originaria di Cormons, conosciuta al mare di Ostia allo stabilimento Marechiaro  nell’estate del ’39. I giornalisti suoi colleghi al nuovo giornale  che gli aveva concesso il praticantato, Il Popolo di Roma,  con una colletta gli regalarono 1500 franchi e i due sposi novelli se ne andarono in viaggio di nozze a Capri, dove in due settimane spesero tutti i soldi. Contemporaneamente, un’importante prospettiva si apriva sul fronte del proseguimento della carriera nel mondo sportivo: ai primi di ottobre, accettando un invito di Igino Betti, Bernardini entrò nel consiglio direttivo della AS Roma. L’incarico era importante: sovraintendere alla direzione tecnica della squadra riserve, di quella allievi e della prima squadra, affidata al prestigioso allenatore ungherese Alfred Schaffer.

Non era per un caso che la storia di Fulvio si riannodava, dopo un distacco di due anni,  con quella della ASR. La società di via del Tritone stava passando un momento delicato, così come altri club di rilievo nel panorama nazionale.  L’ingaggio dell’Italia fascista a fianco della Germania nazista, trionfatrice sulla Francia nella blitz-krieg, la guerra-lampo che stava sconvolgendo l’Europa, aveva fatto scattare i richiami alle armi. Il mercato presentava scarsa disponibilità, per cui la Roma non aveva compiuto acquisti estivi e si era limitata a recuperare elementi in prestito, ponendone parecchi in lista di trasferimento. Schaffer,  che il giovedì del nove maggio si era presentato al Testaccio con un dizionario Langenscheidt tedesco-italiano in mano, aveva assicurato che avrebbe portato a termine il campionato senza bisogno di rinforzi, lavorando sul materiale umano a disposizione e valorizzando le riserve; egli, maestro di tecnica calcistica, poteva insegnare loro i trucchi del mestiere, facendole crescere in breve tempo. Ovviamente, il magiaro aveva impostato la squadra secondo i dettami del metodo, che rimaneva il baluardo tattico della scuola danubiana. Il suo progetto  era quello di costruire in tre anni un complesso competitivo al vertice, senza fretta. Per il campionato 1940-41 si presentò al via una Roma in stile autarchico, quasi pozziana negli schemi tutti difesa & contropiede. Bernardini doveva funzionare da anello di collegamento tra il budapestino e il parco giocatori. Lui amava il gioco all’inglese, più collettivo e offensivo, ma gli inglesi erano adesso i nemici giurati del fascismo, e non poteva spettare all’ex idolo delle folle dirigere la Roma con quel modulo di fattura perfidalbionica. Per questo si era andato a pescare fino a Bucarest il massiccio e tetragono Schaffer.

Fare il giornalista sportivo (adesso scriveva per un’altra testata, Il Popolo di Roma, che gli aveva concesso il praticantato) e lavorare col pallone sui giovani: una strada binaria che al monticiano piaceva. La Roma già alcune stagioni prima aveva vantato una squadra allievi, ‘l’Irresistibile’, che s’era bevuta d’un sorso gli avversari quando aveva voluto; anche i famosi pulcini biancocelesti trionfatori a Vienna: Vettraino, Giubilo, Ferri eccetera. Perno dell’Irresistibile era stato Tonino Fusco l’impunito testaccino di via Ginori, nonché l’ultimo prodotto di casa ad avere trovato la via dei titolari. I vari Jacobini, Nobile, Urilli, Valò, Senz’acqua, Schiavetti erano i nomi buoni della nuova ondata del vivaio.  Bernardini era chiamato a valutarli per scovare il suo successore. C’era chi aveva notato che da più di un lustro un quirite  non accedeva alla Nazionale; praticamente, dall’ultima partita di Ferraris IV allo Stadio contro la Francia, giocata nel febbraio del 1935. Il Littoriale aveva indetto addirittura un’inchiesta, credendo di ravvisare le cause della penuria di assi indigeni nella sparizione di quegli spazi verdi urbani che, un tempo, avevano adunato  ragazzi di qualunque categoria sociale a qualsiasi ora del giorno. Quei posti, insomma, dov’erano sbocciati Fulvio e  Attilio. Un altro motivo lo si era individuato nel sorgere delle squadre aziendali affiliate all’Opera Nazionale Dopolavoro. Esse, assorbendo i migliori elementi e garantendo il posto fisso di lavoro, li  trasformavano in atleti pigri, non più desiderosi che di un buon impiego e punto interessati a fasi strada nel calcio professionale; tra l’altro, un calcio sempre più irreggimentato e controllato, calmierato dall’alto sulla questione degli ingaggi, e quindi non più cornucopia dispensatrice di oro sine limite.

Ma torniamo alla Mater, società con la quale Bernardini rimaneva in contatto pur nella sua funzione di stipendiato dell’AS Roma. Proprio Migliorini sperimentò a sue spese nella stagione 1940-41 la validità della tesi da noi appena esposta.  Poco prima di Natale, a campionato iniziato da più di due mesi, fu costretto a consigliare ai dirigenti la squalifica a tempo indeterminato di Trombetta, Allemandi e Scuppa, tutti e tre titolari e che non si erano presentati all’appello in una partita: impiegati al Banco di Roma, avevano preferito giocare l’interbancario per non perdere il favore del loro direttore di filiale. Anche in ragione di dinamiche siffatte, il CONI, nella persona del suo presidente Raffaele Manganiello, di lì a un anno avrebbe pensato di limitare il professionismo alle sole serie A e B.  Nonostante queste difficoltà, a Migliorini le possibilità d’arrivare nella serie cadetta coi paladini dell’Appio-Tuscolano non parevano così peregrine, al volgere del 1940. In luogo del terzino Vignolini ceduto al Cosenza,  aveva chiamato Luigi Ziroli, un classe 1903  che, dopo le stagioni nell’Alba e nella Roma come ala, aveva proseguito la carriera da terzino al Venezia, alla Lazio e al Palermo. ‘Giggetto’ era andato a fare compagnia ad elementi freschi quali Scategni, Luciano Rossi-Levi (un bel centrattacco, poi finito nel Rieti con Borsetti allenatore-giocatore), Lucentini, Giuliano Bossi  e l’ala Bruno Benedetto Pisani, un altro veneto cresciuto, come Zenaro, nell’Hellas Verona e sistemato all’Avia di Roma, vincitrice del campionato laziale di prima divisione. Dalla AS Roma e su consiglio di Bernardini,  Renda aveva prelevato le giovani ali Omero Urilli e Schiavone. Infine, il colpo di mercato centrato con  l’ingaggio dal Venezia del centravanti Dandolo Flumini, un cavallo di ritorno giacché Flumini era stato l’ariete materino negli anni di lancio del club.

La Mater targata Migliorini filò bene fino a marzo del 1941, quando incappò in una doppia sconfitta a Terni e nel derby con l’Alba, rimanendo cinque punti dietro la capolista Salernitana. Per la trasferta a Torre Annunziata dei primi di aprile, il consiglio amministrativo della società decise allora  di chiedere a Bernardini di caricarsi sulle spalle il doppio ruolo di giocatore e direttore tecnico. Fulvio aveva infatti incontrato difficoltà nel rapporto personale con Schaffer, per cui la sua posizione di supervisore tecnico alla AS Roma s’era nel frattempo sfilacciata. E poi c’era la chance di tornare a calcare i campi da atleta.  Dopo otto mesi d’inattività, il monticiano si riprovò gli scarpini bullonati ai piedi con la più grande gioia nel cuore. Giocò subito nel ruolo di mezzala sinistra contro il Savoia dello spezzino Colombari, uno dei nordisti che gli avevano conteso il posto in Nazionale una dozzina d’anni prima. I rossoverdi pareggiarono uno a uno, denotando un miglioramento della cifra di gioco. Agostino Panico, cronista locale de Il Littoriale, scrisse in proposito:

La Mater ebbe in Bernardini e Fasanelli due impareggiabili direttori d’orchestra. I due ex giallorossi sembravano ritornati all’altezza di quel rendimento che li rese popolarissimi nei ranghi della Roma. Forse Bernardini impiegò un po’ di tempo per raggiungere la giusta carburazione, ma nella ripresa fu veramente impagabile per la precisione e la prontezza con le quali riorganizzava e conduceva il suo attacco, in uno a Fasanelli. Con la spinta di due mezze ali di tal fatta, e con un  insidioso e irrequieto Pisani, era logico che l’attacco dovesse imporsi come il reparto migliore della squadra.

Grazie al loro favoloso captain&coach, che come un’araba fenice era risorto dalle proprie ceneri atletiche, i  materini tra aprile e maggio risalirono la china della classifica. Superata in tromba la Salernitana, era ora la Polisportiva ‘Mario Umberto Borzacchini’ di Terni, una formazione aziendale con giocatori salariati, a dare loro filo da torcere. Il Borzacchini era guidato da Guido Gianfardoni, un altro spezzino che Bernardini aveva avuto come collega all’Inter. I suoi punti di forza erano due dalmati,  il portiere Ukmar e il centravanti Ostroman, che ancora oggi detiene il record di bomber di tutti i tempi della Ternana. Il testa a testa fu appassionante. Neppure l’improvvisa morte di Gianfardoni, sopravvenuta il 27 aprile 1941, scoraggiò gli umbri. Sembrava che tutto dovesse decidersi con il quoziente reti, per cui i 9-0 e i 5-0 ogni domenica esplodevano da un fronte all’altro.

Si arrivò all’ultima partita, il primo di giugno, col Terni in vantaggio di una rete. La Mater regolò 5-3 il Foligno, il Borzacchini passò 3-2 a Perugia, in un derby regionale quanto mai acceso.  Ma al campo Santa Giuliana successe qualcosa d’impensabile: il terzo gol di Giuseppe Ostroman, imbucato con una mano, provocò le proteste del portiere dei grifoni, Malerbi. Uno dei due segnalinee, quello messo a disposizione dal Terni (così allora funzionavano i regolamenti), aggredì il portiere perugino colpendolo ad una tempia con l’asta della bandierina. Seguì una rissa furibonda, bottiglie dei massaggiatori che volavano e l’intervento della forza pubblica: partita sospesa. Riunitosi in settimana, il direttorio federale, invece di concedere la vittoria a tavolino al Perugia, come sarebbe stato logico, decise per la ripetizione della gara. Il Borzacchini vinse 2-0, esattamente il risultato che serviva per scavalcare nel quoziente reti la Mater, entrambe le squadre essendo appaiate a quota 39. I ternani disputarono così in luglio i play-off, finendo battuti dalla Fiumana. I romani accolsero senza lamentarsi l’epilogo d’una stagione che aveva ancora una volta negato loro la promozione. Bernardini sigillò la sua rentrée da calciatore giocando un’amichevole e poi, a seguire, il lungo torneo cittadino patrocinato dal giornale Il Littoriale.

Fulvio era tuttavia stracontento del suo ritrovato status di calciatore. Il 10 luglio la Mater batté 7-4 il Dopolavoro Frascati, e lui si divertì a vestire il primo tempo la casacca rossa e il secondo quella celeste. Realizzò tre reti e un’autorete. Tra l’altro, nella ripresa giostrò a fianco del ventenne Amadei, ora più maturo fisicamente e molto più scaltro nella maniera di  stare in campo: già in tutto il ‘fornaretto’ che s’apprestava a disputare la stagione del primo scudetto romanista. A metà del mese partì il torneo del Littoriale edizione 1941, con una ventina di formazioni impegnate in vari gironi. Quello della Mater era composto dall’Artiglio, dalla Magliana, dal Montesacro e dal Carlo Grella. Il Trofeo Vezio Orazi era una sorta di sagra del fùbbal amatoriale sotto la sferza del solleone. In scena, su polverosi campi rionali gremiti di pubblico, squadrette agguerrite come la Spes San Lorenzo, diretta dal barbuto Padre Libero, e la Foscari di Gradella padre e figlio (Uber, il bravo portiere), sottosezione della Lazio; oppure la Sparvieri, il Quadraro, il Trastevere, l’Elettronica, le aziendali  Ster e Siet, la gloriosa Fortitudo. Ce n’era pure una che prendeva il nome da via Vitellia,  lungo la villa Doria Pamphili all’estrema periferia, lì dove una volta Fulvio aveva giocato e bevuto il tea coi preti inglesi.

Il regolamento prevedeva  sfide andata/ritorno e consentiva la partecipazione a tesserati FIGC che avessero disputato meno della metà delle partite nel campionato di C, per cui Bernardini poté capitanare un manipolo di giovanissimi tra cui selezionare per  la stagione 1941-42. Con loro sperimentò il WM, che alcune squadre di A stavano ormai lì lì per  abbracciare. La Mater ‘sistemista’ vinse il torneo. Superò di misura in semifinale la Banca Nazionale del Lavoro, che schierava  il diciassettenne attaccante Enzo Cozzolini, prossimo a giocare nella Roma, e travolse nella finale l’Avia, la compagine  allenata dal pittoresco comandante del campo d’aviazione di Centocelle, Otello Peroni. Esiste una foto, pubblicata da Il Calcio Illustrato nel settembre del 1941, che mostra un sorridente Fulvio tra i suoi ragazzi vittoriosi: la maglia è intrisa di sudore e il piccolo presidente Renda gli sta accanto. A ben vedere, il nostro appare più felice che ai tempi della Roma. E’ addirittura radioso. Di certo, correre su quei campetti senza l’ombra di un filo d’erba l’aveva riportato indietro di vent’anni, ai tornei della canicola con la MTK giocati davanti al Colosseo. Un pallone che rotola e  la gioventù nel cuore: nient’altro di meglio chiedeva l’uomo. Che era diventato papà, a luglio, di una dolcissima bambina di nome Clorinda.

2 Thoughts on “Alla Mater

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