Alla Lazio

La trasformazione in centrattacco
tratto dalla biografia “Fulvio Bernardini, il Dottore del calcio italiano” di Marco Impiglia

Nel campionato regionale 1920-21 partì titolare della Podistica. Se la cavava bene, e andava visibilmente migliorando man mano che acquisiva esperienza. L’exploit da portiere, il match da ricordare,  cadde in occasione di un’amichevole col Servette di Ginevra, il 6 gennaio 1921. La sua rete fu sottoposta ad un bombardamento, l’attacco degli svizzeri fu martellante, tuttavia riuscirono a segnargli due soli gol, uno dei quali su rigore: a terra, a mezza altezza, sui palloni alti, Bernardini II fu insuperabile. Il match si chiuse con lo score di 2-1. Era la prima volta che la Lazio giocava una partita contro un team straniero, e per di più ne usciva con una bella prestazione. I giornali lo elogiarono come mai prima. Fulvio avrebbe dovuto essere contentissimo, ed invece non lo era. Egli non sentiva alcuna vocazione per l’ufficio di goalkeeper, la sua passione era l’attacco. Al Colosseo e in villa poteva giocare forward, e soltanto in quel ruolo si sentiva realizzato, il suo estro poteva sbizzarrirsi. E poi c’era quella prevenzione, così diffusa tra i ragazzi, che il posto del portiere dovesse venire occupato dal meno bravo; per cui, tenerlo proprio lui gli sembrava una palese diminuzione, e assolutamente il rospo non gli andava giù.

Ogni giorno diminuiva il mio interesse per quel ruolo e per due ragioni essenziali: 1) sentivo, senza spiegarmelo, di non avere le vere doti che occorrono; 2) guardando, stando fermo ad aspettare i palloni da parare, avevo intuito che per essere veramente felice dovevo correre e spaziare per il terreno di gioco. Inoltre, ci fu una terza ragione, importante quanto le altre: in un Lazio-Fortitudo disputata nel 1921 presi un bel calcio nel cranio e furono dolori in famiglia!

Vediamo questa terza ragione. Che fu poi il momento decisivo della carriera. Il fatto occorse il 6 febbraio 1921, in un match in cui la Lazio ospitava i fortitudiani campioni regionali. Tre settimane prima, gli inglesi erano inorriditi in un teatro di Londra nel vedere Percy Selbit tagliare in due una donna stivata dentro una cassa, e quella poi uscirne illesa! I calciofili romani stavano per assistere ad un prodigio simile. I rossoblù andarono in vantaggio contro gli odiati celesti col centrattacco  Montemezzi. Nella ripresa, sotto un diluvio di pioggia, un altro attaccante, Alessandroni, stava per raddoppiare ma sfilatino gli si buttò coraggiosamente tra i piedi, rimediando una pedata alla testa. Il piccolo portiere, macchia gialla nella mota, tramortito dalla botta restò giù, mentre tutt’intorno si scatenava la baraonda ed anche il pubblico interveniva a dare una mano. Trasportato a braccia fuori del campo, venne fatto tornare in sentimenti con un drastico provvedimento in voga tra i pionieri inglesi: trangugiare una mezza bottiglia di cognac. La medicina ebbe una logica conseguenza, il ragazzino rientrò in campo completamente sbronzo e, quando il terzino Dosio gli alzò la sfera per il rinvio – allora si usava così – invece d’indirizzare verso il centro del campo, girò veloce un novanta gradi sul piede d’appoggio e sferrò un bolide verso la propria porta. La palla sfiorò la traversa. Subito fu fatto uscire ed il capitano Augusto Parboni prese il suo posto tra i pali. Ma poi Fulvio finì la partita. Messa in allarme (il ficozzo sulla fronte fece imbestialire babbo Augusto), la famiglia Bernardini impose al suo ultimo rampollo un autentico diktat: se voleva continuare a divertirsi col fubbàlle, doveva cambiare ruolo. Egli ne fu contento in cuor suo. Se ne stette per un po’ a riposo, quindi ricominciò a frequentare i prati delle ville, e non indossò più il maglione di portiere.  Un milione d’anni dopo, di quella sua esperienza avrebbe confidato ad un illustre giornalista: “Ho smesso perché avevo una difesa formidabile, Saraceni e Dosio erano due picchiatori tali che Furino è un angelo. Io non vedevo mai il pallone, poi mi facevano il gol e davano la colpa a me…”.

Ancora una volta il destino lavorava a suo favore. Passarono un paio di mesi e l’allenatore toscano della Lazio, Guido Baccani, lo chiamò e gli disse che quattro elementi della formazione riserve erano squalificati, e che contavano su di lui per coprire il ruolo di mezzo sinistro contro l’Audace. La partita, che chiudeva il campionato, si svolse il 17 aprile sul campo ai Parioli e Bernardini compì miracoli, segnò una quaterna e impressionò per la maniera con cui trattava il pallone e la visione sempre chiara del gioco e delle sue necessità. Epperò, il posto di titolare, a quindici anni appena e con quei pochi chili di muscoli attorno alle ossa, non glie lo diedero, per cui la stagione successiva giostrava sì centravanti, ma nel campionato regionale delle riserve. Dopo una serie di brutte partite che culminarono in un pareggio casalingo col Tivoli, L’Italia Sportiva, nella persona del redattore Renato Ferminelli,  iniziò una campagna per promuoverlo tra i titolari. Ferminelli invitò i dirigenti laziali ad un’opera di svecchiamento, al fine di mettere a riposo giocatori gloriosissimi ma oramai inadeguati. Il nuovo debutto in prima squadra avvenne contro la Juventus-Audax, il 19 marzo 1922. La Lazio vinse 2-1 e il centravanti Bernardini II segnò di testa il gol decisivo: non una zuccata imperiosa ma un tocco di tempia, imprevedibile e mimico, che sembrò l’omaggio d’un giullare ad un re esigente. Il gol, come certamente saprete, nell’inconscio intendo, segna l’uscita dal labirinto, è la vittoria sulla Sfinge. E davvero, Fulvio trionfò su una sua personale Sfinge ed emerse da un suo personale labirinto di Minosse, grazie al filo d’Arianna del gol. Il minotauro della situazione, il portiere juventino, era Giggetto Ziroli, che poi sarebbe stato un’ottima ala nella Roma e gli avrebbe caracollato accanto nella Mater. Un po’ leggero come mostro mitico, ma meglio di niente. Fu quella, per il ragazzo del rione Monti, una giornata trionfale, che nei suoi ricordi d’anziano usava mettere a pari col debutto in Nazionale. Riviviamola in un racconto di Ennio Viero del 1955:

La Lazio aveva i suoi titolari, poco disposti a farsi soffiare il posto da un ragazzino. Ma si trovò costretta a usarlo alla vigilia di un importante incontro con la Juventus, quando le venne a mancare improvvisamente il centrattacco. Bernardini fu messo in squadra con grandi raccomandazioni e altrettanti grandi timori. Si giocava all’Olmo e il terreno non era inondato: si era già in primavera. Il campo era circondato da una bassa e rustica palizzata intorno alla quale prendeva posto il pubblico. Bisognava pagare il biglietto d’ingresso, ma in pratica era molto facile penetrare attraverso i molti buchi nella siepe esterna. La maggioranza del pubblico si serviva di quel mezzo. Fra le due squadre c’era equilibrio e un’antica tradizione di rivalità. La Juventus era molto forte in difesa, dove giganteggiava il massiccio terzino Benincasa, e la partita sembrava destinata a concludersi con lo zero a zero. [In realtà si stava sull’uno pari, ndA] Ma a un certo punto vi fu una fuga dell’ala destra laziale conclusa con una precisa centrata che spiovve in area juventina; vedemmo Bernardini partire di scatto, spiccare un gran salto, toccare di testa la palla e spedirla nell’angolino a destra del portiere. Ne ricordiamo, come fosse oggi, l’indefinibile espressione di soddisfazione e di scherno. Si trattò di un vero gioiello di stile, di precisione, di bravura. Fu l’ormai insperata vittoria della Lazio e soprattutto il biglietto da visita di un grande campione…

Fulvio aveva sedici anni ed era parecchio cresciuto, circa un metro e settantasette centimetri, snello e di fattura elegante. La sua andatura era dinoccolata ed aveva una simpatica espressione infantile sul viso. Nella famiglia della Podistica, da quel famoso gol alla Juventus, diventò un po’ il cocchetto. A casa Bernardini, giù alla metà dell’acciottolato di sampietrini di  via dei Capocci, spesso bussavano dei commessi inviati dai soci laziali Dino Cardinali e Riccardo Piccionetti, a portare uova, pollame e frutta, per rinvigorire l’asso. I dirigenti Olindo Bitetti, presidente della sezione sportiva, Baccani, responsabile del football,  e Tullio Palmieri s’interessavano che continuasse negli studi, così come desideravano i genitori. Anche babbo Augusto lavorava in segreteria nella società: tutto così era bianco e celeste, nella famiglia Bernardini.

I successi con la Lazio non diminuirono l’attività del giovinotto tutto pane e pallone, durante l’estate catturato ogni giorno dalle sfide al Colosseo. E c’erano sempre Villa Borghese e Villa Pamphili, dove si confrontava coi temibili ‘scozzesi’, che poi erano gli alumni, cioè gli studenti di collegi come  il Venerabile di via Monserrato o il Pontificium Scotorum a via Quattro Fontane. Insomma, quelli che avevano per davvero portato il football a Roma. Fulvio, grandicello e bravo a sufficienza,  poté giocare assieme a loro, gli insuperabili maestri:

Nella favolosa Villa Pamphili, allora chiusa al pubblico, c’erano delle palazzine misteriose nelle quali molti aspiranti preti studiavano teologia. Erano scozzesi, inglesi e irlandesi, e la squadra scozzese era veramente forte. Ricordo che non vincevamo quasi mai contro questi scozzesi ed ho ben vivo nella mente un fantastico tre a tre, ma quella volta non ero portiere ma centravanti e segnai anche un gol. Le prime volte che questi aspiranti preti vennero ad allenarsi si presentavano con cappello e sottana e per giocare si toglievano solamente il cappello mantenendo la sottana: non avevano l’autorizzazione  a togliersela. La Lazio, che allora aveva nelle sue file dirigenziali uomini che contavano, riuscì a far togliere il divieto sulla sottana ed anche sui mutandoni di lana, lunghi fino alle caviglie. Ne ricordo qualcuno tra gli scozzesi, e specialmente un certo Gordon capitano e centro mediano, un anzianotto che era maestro nella scuola ed anche nel gioco del calcio. Da questo Gordon appresi molto e cercai in seguito di copiarlo. Ricordo bene anche un altro degli scozzesi, un certo Kelly, un biondino che occupava il ruolo di mezzala sinistra. Questo Kelly lasciò presto il collegio e poi scrisse a Baccani che aveva buttato la sottana ed aveva intrapreso la carriera di professionista del calcio. Una volta entrai di straforo nella Villa Pamphili e giocai con loro su un immenso prato vede di «lojetto» [Fulvio sta parlando del “Campo del Polo”, spiazzo erboso di circa quattrocento metri di diametro che ancora oggi è frequentato per giocare informalmente al calcio, al rugby e al cricket, e anche noi da parecchi anni siamo fra i giocatori abituali, ndA] con porte fatte di cappelli e sottane  da prete. Gli aspiranti teologi scozzesi dopo la partita sul prato verde m’invitarono ad una specie di merenda fatta di tè e di pasticcini quasi indecifrabili e, cosa più importante, mi pregarono di tornare spesso a Villa Pamphili per giocare con loro. Si vede proprio che mi apprezzavano come giocatore di calcio altrimenti, con la loro onestà di sportivi e di studiosi, mi avrebbero detto che non ero alla loro altezza. Con tutte le esperienze di quegli anni io sentivo che andavo maturando come giocatore e come giovanottino, anche se non ero ancora in famiglia degno di entrare in possesso della chiave di casa.

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