All’Internazionale

Giocando col balilla Meazza
tratto dalla biografia “Fulvio Bernardini, il Dottore del calcio italiano” di Marco Impiglia

La stagione 1927-28 ricominciò per l’Inter senza il centrattacco Powolny. Per Fulvio si prospettava la corvée di tornare a giostrare davanti, quando lui, ormai, preferiva restare dietro a comandare il gioco. Ma il fato stava pensando ad un attaccante molto più forte del viennese o del romano, e per di più pescato a due passi da via Goldoni. Stiamo accennando, ovviamente, a Giuseppe Meazza, che già al suo esordio alla prima di campionato, contro la Dominante, segnò una tripletta. Sotto alcuni aspetti, la storia di Meazza è simile a quella di Bernardini. Come ‘Fuffo’, anche il ‘Pepp’ crebbe calcisticamente nei tornei dei ‘liberi’ sotto il solleone. I liberi a Milano erano i ragazzini dei campionati uliciani.  Ma chi erano gli ‘uliciani’? In due parole qui ve lo dico.

Nel 1917 un giovane medico, Luigi Maranelli, aveva fondato la Unione Libera Italiana del Calcio, ULIC. In pratica, essa riuniva le squadre formate dai ragazzi fino all’età di diciassette anni, cioè la generazione che aveva evitato l’arruolamento per la guerra. Il programma dell’ULIC si era immediatamente posto in aperto contrasto con la FIGC, accusata di avere disegnato un modello autoritario, che tendeva a rinchiudere la purissima vocazione del calciatore in una rete di gabbie e divieti, ad esclusivo profitto tecnico della società al quale l’atleta era vincolato dalla firma del cartellino. L’elemento anarcoide dell’ULIC rispecchiava in pieno i sentimenti dei suoi affiliati. Ogni giocatore poteva cambiare squadra quando lo voleva, anche alla vigilia di un match. «E’ il piacere di giocare che si vuol perseguire, non quello di far giocare» – ammoniva Maranelli. La sua visione, scevra di sfumature socialiste, proponeva una sorta di rousseiano buon selvaggio del football contro i privilegi, le gerarchie, gli inquadramenti di ogni tipo. Sul piano sociologico, una osservazione si può fare: il gioco del calcio sostituì, nel panorama dei pischelli, il gioco della guerra, come notò lo scrittore Marco Ramperti. Ed ecco il motivo del fantastico boom di talenti post-bellico. Sul piano tecnico, il regolamento dei tornei dei ‘liberi calciatori’ non differiva da quello approvato dall’International Board, se non per una punizione in stile biblico riguardante il giocatore che aveva commesso un fallo: l’obbligo di sostare fuori del terreno per tutto il tempo in cui vi restava la vittima. Nata dalla scompaginazione della guerra, l’organizzazione uliciana non si era dissolta con la fine della guerra, anzi, si era propagata dalla sua roccaforte milanese giù nella Bassa Padana. D’estate aveva il suo momento di maggiore attività. Ad esempio, nell’agosto del 1920 a Milano era partito il primo campionato ufficiale, con un programma di cinquanta match giornalieri. Essendo ancora di là da venire l’idea di un allevamento dei calciatori da parte dei club, il movimento uliciano fu, nel decennio 1917-26, alla base dell’esplosione di una generazione di amatori dalle spiccate attitudini al dribbling, con una resistenza allo sforzo notevolissima. Sulle partitelle dei liberi, scriveva un reporter de Lo Sport Illustrato:

E’ curioso vedere dove e come giocano questi figli del popolo. Abbigliamenti sportivi i più eterogenei; campi sui generis; spogliatoi all’aperto e «coram Populo ». Neppure i morti sono lasciati in pace. Basti dire che lo scorso anno il cimitero della Mojazza (in via Borsieri) era il campo preferito dei giochi dei liberi. Adesso è la volta del «Fopponin» (da foppa, che in milanese significa buca), l’ex cimitero di via Verga, che la Lega Rionale di Porta Magenta ha trasformato in «pelouse».

Da questo humus così ricco – l’allegra masnada degli uliciani – nasceva dunque il fenomeno Meazza.  E proprio nel momento in cui Bernardini era ad una svolta della sua carriera. Ricordiamo di aver letto un giorno un aneddoto, in cui si diceva che la scoperta del ‘balilla’ (nomignolo affibbiato al ragazzino da Leopoldo Conti, quando se lo vide di fronte la prima volta nello spogliatoio dei titolari) era stata merito di Bernardini e di Conti, i quali, andando agli allenamenti col cavallo di San Francesco, si accorsero delle magie di quel giovincello su un campetto ai lati della strada e l’invitarono a provare per i boys. Adesso che controlliamo meglio, vediamo che la storia è stata riportata da Mario Fossati. Eccola:

Era stato Bernardini, infatti, a scoprire il mio idolo e, con Meazza, un grande ritaglio di storia calcistica nazionale. Studente universitario, classe che era oro a diciotto carati, ingaggiato dall’Inter, Bernardini divideva un appartamento con il nazionale Conti, alla periferia di Milano. Si dà ora il caso che, su uno di questi prati, ai limiti del capolinea del tranvai, giocasse una poverissima squadra di liberi, che appunto dal capolinea prendeva il nome: la «Maestri Campionesi». Dentro la Campionesi, un portento, Meazza. Quattordici anni, pelle e ossa, un ciuffo, un palleggio che era qualcosa di bello. Bernardini e Conti passano, dunque, di là. E Meazza li incanta. Portiamolo all’Inter, convengono. Weisz può cavarne un campione. «Come ti chiami?», gli fanno. «Meassa» (il ragazzino calcava sulla esse alla milanese). «Studi?» «No, lavoro in una fabbrica di cinghie. Sono un orfano di guerra». Presto fatto. Meazza approda all’Inter. Allievo, riserva. «La stoffa ce l’ha ma gli va larga» diceva l’ungherese Arpad Weisz. «Bisogna nutrirlo da atleta», ribatteva il vecchio massaggiatore. E Bernardini, a scongiurare: «Non si può umiliare ‘sto regazzino, spedendogli a casa delle bistecche, che immancabilmente dividerebbe con la famiglia. Lo invitino i soci. Lo trattenga l’Inter a colazione!!». Così avvenne con generale soddisfazione.

Ci pare che il raccontino, bene architettato, sia tutto da verificare. Meazza, piuttosto, asseriva che era stato uno dei suoi compagni nella squadretta da lui capitanata, tale Ciminaghi, che aveva uno zio nell’Inter, a indurlo a fare il provino. In un suo scritto, Bernardini accenna ad un patto d’onore intervenuto ai primi di settembre del ’27 tra lui, ‘D’Artagnan’, e il trio di  ‘moschettieri’ Conti-Pietroboni-Rivolta, al fine di «convincere Weisz a provare centravanti quel magrolino striminzito che si chiamava Giuseppe Meazza»; in un altro scritto sulla ‘rosea’, del ’71, lo chiama  «magrone col petto da canarino» e che quel giorno dell’exploit era  «di rincalzo per gita premio».  La verità fu che, messo subito a forward, Meazza guidò gli allievi nerazzurri a vincere per due anni consecutivi il campionato lombardo, e al principio della stagione 1927-28 entrò nella rosa della prima squadra. Come? La storia è arcinota, narrata sui giornali e nei libri mille volte. Ma questa volta sentiamo la versione di Fulvio Bernardini:

L’inizio della nuova stagione mi trovò già in piena forma. L’Internazionale, dopo una serie di leggeri allenamenti, si portò a Como per la disputa della «Coppa Alessandro Volta», che rimase famosa per il successo sensazionale della «Comense» che eliminò l’Inter per tre a zero e superò in finale il «Genoa» per uno a zero. Il torneo si svolse in una sola giornata. Al mattino: «Genoa-US Milanese» e «Comense-Internazionale». I genovesi vinsero con relativa facilità e l’«Inter», scesa in campo con molte riserve (Weisz aveva lasciato a riposo Conti, Pietroboni, Bernardini, Allemandi e Gianfardoni, riservandoli per la finale), prese una solenne lezione. La «Coppa Volta» passò alla storia anche per un altro motivo: il sorgere della stella di Giuseppe Meazza. Andò così. Io ero tornato a Milano [reduce dai campionati mondiali universitari di Roma, ndA] con la speranza di convincere Arpad Weisz a farmi giuocare da centro-mediano e lui tentennava per l’ingrato motivo che non aveva un centro-avanti di cui fidarsi. A Como aveva portato circa venti giuocatori, tra i quali uno smilzo diciassettenne che aveva giuocato nei ragazzi (allora si chiamavano     «boys») la stagione precedente: Giuseppe Meazza. Dopo l’inatteso scacco della mattina facemmo pressioni, specialmente io, Pietroboni e Conti, perché il maschietto in questione venisse provato nella gara del pomeriggio  contro l’Unione Sportiva Milanese. «Cilly»  accettò, noi ne fummo lieti, ma è certo che nessuno si attendeva le formidabili cose di cui il ragazzo fu poi capace sul campo. Autentica rivelazione, Meazza guadagnò fulmineamente il posto in squadra, e contrariamente ai giudizi dei più, che lo vedevano presto sfiancato per la eccessiva gracilità del suo corpo, il diciassettenne giuocò poi tre stagioni consecutive senza mancare mai una partita. Io non venni ugualmente a capo della mia questione personale perché lungo il corso del campionato Weisz trovò modo di aver bisogno di una mezza ala sinistra e non fui capace di ribellarmi, ma il rapido risplendere della stella di Meazza mi parve come una diretta conseguenza del mio desiderio di giuocare al posto preferito e quindi opera quasi mia.

Il 27 settembre Meazza esordì in campionato come mezzala nel match Inter-Dominante, una squadra di Genova che giocava con la maglia e i calzoncini neri, in omaggio all’era fascista.  Andò in rete e quella fu la prima delle 238 reti in 348 gare con la casacca nerazzurra, dal 1927 al 1940. E’ notevole il fatto che il più forte giocatore italiano di sempre sia stato, in qualche misura, lanciato da Bernardini; dettaglio che la dice lunga sull’occhio che Fulvio aveva per il talento altrui, per i campioni in possesso dei ‘piedi buoni'; una definizione, questa, che sarebbe diventata popolare decenni dopo, ai tempi della sua gestione della Nazionale, ma che aveva iniziato ad usare fin da ragazzino. Sempre più o meno ai tempi del suo incarico da commissario tecnico, nel 1979 quando scomparve il Pepp, il Dottore l’avrebbe così ricordato: «Un ragazzo secco, secco, tutto occhi, due piedi d’oro e dribbling inimitabili».

La verità – come già anticipato – era che il romano nerazzurro aveva pensato, promuovendo il ‘boy’ a centravanti, di sganciarsi da quel ruolo che ormai gli stava stretto e tornare a giostrare da secondo di centro anche nella squadra di club. Ma, su questo tema, Saturno gli lavorava infaticabile contro. Gli acciacchi di “Zizì” (quando Fulvio era stato fatto capitano, l’aveva deciso lui: “Stai a sentire, tu vieni da Roma dove c’è San Pietro e c’é il Papa, quindi il capitano lo farai tu!”)  portarono la piccola peste ad accaparrarsi il ruolo di centrale, e lui fu spostato a mezzo sinistro. L’escamotage di Bernardini non è sfuggito alla penna di Gianni Brera. Invero, da buon lumbard, il giudizio di Brera suona sprezzante nei confronti del prodigio tiberino. Secondo Brera, Meazza e Bernardini erano divisi da una natura fisica e psicologica che testimoniava discordi scaturigini sociali. Per questo motivo, Meazza sarebbe poi stato un amicone di Attilio Ferraris, più affine nella brevilinea fattura del corpo e nella brama perenne di femmine e nottate calde. Sentiamolo, l’epico bardo di eupalla. piegare la verità alle sue lombrosiane teorie. Brera tesse letteratura romanzesca e non storiografia, ma lo fa con superbo spasso e godimento del lettore:

L’Inter alleva nelle sue fila un plebeo brutto quanto può esserlo un lombardo del quarto o quinto stato, certo Giuseppe Meazza. Ha le spallucce cadenti e le ginocchia vaccine, ma i suoi riflessi fiammeggiano per prodigiose, fulminee accensioni. Fulvio Bernardini conferma Trockij rifiutando al plebeo qualsiasi confidenza. Il portentoso guizzo del popolano di Porta Vittoria lo umilia, non lo status sociale, non la cultura. Meazza sbatté palpebre gonfie e grevi su occhi assonnati da bove: il bellissimo Fulvio avvezza i piedi, estrema volgarità del suo corpo gentile, a connivenze astruse con la palla. Il prestipedatore nasce nella impossibile equazione fra stile e velocità. Peppino Meazza non si preoccupa dei modi, bensì dei tempi: e, a certi ritmi, il gioco lo trasforma in autentico semidio. Fulvio Bernardini, lui accetta bongré malgré di retrocedere in mediana. La parte del demiurgo gli appartiene: ma al fin della licenza giunge a toccare quel popolano con i capelli lustri di brillantina sopra una fronte bassa e sgradevolmente convessa.

Il correttore automatico del nostro computer è impazzito nel registrare il linguaggio breriano;  e sicuramente anch’esso è convinto che Bernardini odiava nel segreto del cuor suo il giovin Meassa. Ma naturalmente non è codesta la versione corretta. E’ vero che, giocando assieme al Pepin, Fuffo ebbe modo di aumentare a diciassette il conto delle marcature stagionali. Numeri che tuttavia non bastarono per insidiare il Torino e il Genoa. I  nerazzurri chiusero la pool scudetto – questa volta a otto – in settima posizione, perfino dietro ai cugini rossoneri. E ogni volta che il romano giocava un poco sotto la sua media, per motivi fisici magari, derivanti dalla sinovite che gli faceva dolere il ginocchio, i più terribili tifosi erano pronti a stuzzicarlo: “Ma va in Baggina” – gli urlavano addosso – intendendo che era pronto per l’ospizio dei vecchi, quello che oggi è il famigerato Pio Albergo Trivulzio. Per chiudere la parentesi Meazza, ecco un’inedita descrizione di Bernardini riguardante un gol di uno dei più grande fuoriclasse del calcio mondiale:

Uno dei primi gol di Meazza me lo ricordo come se lo dovessi disegnare mentre scrivo. Per il match Inter-Novara di campionato a via Goldoni ero arrivato negli spogliatoi un quarto d’ora prima della gara, perché a casa avevo fatto lunghi impacchi speciali ad un ginocchio che faceva poco giudizio. Ero logicamente un po’ nervoso e dopo aver segnato nei primi minuti un gol da vicino, mi trovai tartassato dal laterale novarese Paglierini, al quale dopo una ennesima scorrettezza verso la fine del primo tempo mollai un potente ceffone. L’arbitro era quel giorno il padovano Albino Carraro, grande e famoso, e appena mi si avvicinò dissi: «Va be’, me ne vado»,  prima ancora che mi cacciasse. Rimasi sui gradini che portavano allo spogliatoio in attesa, ma vi rimasi poco, perché Meazza con un tiro dai trenta metri pescò il «sette» a destra del portiere novarese, e così il due a zero mi rese tranquillo. Meazza aveva una particolarità nel suo tiro in porta: il pallone acquistava velocità durante il percorso, invece di perderla. Me ne accorsi in allenamento quando spesso tornavo a fare il portiere per divertimento.

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